Con il suo ultimo brano, “Nessuna Via di Mezzo”, Carlo Pontevolpe ci porta direttamente all’interno della sua crisi di coppia, trasformando un momento di vita estremamente personale in un affresco universale sulle relazioni. Ma la vera forza della sua musica non sta solo nel coraggio di esporsi, quanto nella lucidità con cui analizza il sentimento: non negli estremi, ma nel silenzio della quotidianità.


In “Nessuna Via di Mezzo” sembri dire che l’amore non si misura nei momenti estremi ma in quelli silenziosi. C’è stato un istante preciso in cui hai capito che la quotidianità poteva diventare una canzone?

Ciao e grazie per questo spazio! Sì, l’ho capito nel momento in cui la mia crisi di coppia è finita. C’è stato un chiarimento che non lasciava più spazio a dubbi, l’amore c’era ancora, ma persistevano anche sensazioni di vuoto e di fine, così ho dovuto scrivere per liberarmene in un certo senso.

Nel rap spesso si affronta il tema della crisi, della rottura, del “cadere e rialzarsi”. Tu trasformi una storia personale in un racconto universale. Ti senti vicino a quella sensibilità narrativa tipica dello storytelling hip hop?

Sono sempre stato allergico alle etichette e quindi, nonostante ci siano generi lontani dal mio gusto personale, risponderei che mi sento vicino a chiunque abbia qualcosa di profondo da dire, che vada oltre i soliti cliché. Non per snobbismo, ma perché la vita è troppo importante per viverla superficialmente.

Hai raccontato che questo brano nasce da una crisi lunga vent’anni di relazione. Quando scrivi di qualcosa che ti riguarda così da vicino, riesci ancora a distinguere l’artista dalla persona?

Seguendo l’insegnamento di Franco Battiato, so che è fondamentale prendere le distanze dal proprio lavoro, altrimenti si rischia di ‘innamorarsene’ e non vederlo per quello che è realmente. Certo, questo distacco non è attuabile durante la scrittura, ma una volta uscito da quella fase, ritengo di poter esercitare lo spirito critico necessario.

Il tuo percorso sta costruendo una coerenza emotiva rara nel pop italiano. Hai mai avuto paura che la sincerità potesse diventare un limite, invece che una forza?

Innanzitutto, grazie. Come ho avuto modo di dire, non mi spaventa essere sincero o espormi in questo percorso, perché la consapevolezza della nostra impermanenza annulla ogni paura. Pensare a dove saremo tutti tra cent’anni mi libera dal timore del giudizio. Se qualcuno è intenzionato a criticare, troverà sempre un pretesto. Per questo, scelgo sempre la via della trasparenza.

Spesso le tue canzoni mescolano malinconia e ritmo. È una forma di autoironia o una strategia per rendere la tristezza più vivibile?

Con “Nessuna Via di Mezzo” è stata una scelta artistica consapevole: non volevo una canzone triste e melensa, probabilmente forte del fatto che la storia poi, in realtà, non è finita. Volevo poter riascoltare questa canzone senza dovermi per forza sentire rattristato.

Se “Nessuna Via di Mezzo” fosse una frase scritta su un muro, pensi che sarebbe un avvertimento, una promessa o una confessione?

Una confessione credo, perché è quello che il protagonista del brano afferma alla fine del testo. Lui non ha saputo vedere le sfumature, per questo la sua storia è naufragata. In altri termini, non esistono relazioni durature (e sane) se non si sanno cogliere le vie di mezzo.

Cosa ti aspetta per il 2026?

In questo momento sono in piena riflessione perché nell’ultimo anno ho pubblicato quattro singoli e altrettanto videoclip e vi assicuro che per chi non fa musica a tempo pieno ed è soprattutto un padre prima che un professionista e un cantautore, non è poco! Ho tanti pezzi nel cassetto che vorrei portare alla luce, ma sento anche che ho bisogno di fermarmi un attimo e respirare. Mentre rispondo a questa intervista, ho anche ripreso a scrivere, cosa che non facevo da mesi. Quindi spero di tornare con nuova musica nel 2026!