Esce venerdì 16 settembre 2022 “Mi hanno detto che”, il primo singolo di Argo, prodotto da Trem, dopo più di un anno senza alcuna pubblicazione. Il singolo in questione rappresenta una frattura di un equilibrio fittizio che l’artista si era creato in successione ad alcune difficoltà personali che affronta nel testo, come disturbi d’ansia e dipendenza.

Argo compromette la propria “stabilità di facciata” accettando l’irruenza di un periodo passato che continua a pesare e a condizionare le sue aspettative e la sua concezione di sé. Il brano, accompagnato esclusivamente da alcune note di pianoforte e violino curate da Trem, trascina un’atmosfera soffocante ma anche consapevole.

Noi volevamo parlarne con lui, ecco com’è andata. 

1. Quanto la scena romana e il suo periodo d’oro hanno influenzato il tuo percorso artistico e, in qualche modo, le tue ambizioni? 

Penso che, avendo sempre ascoltato molta musica, il mio percorso artistico sia stato condizionato da moltissimi fattori, anche oltre la scena romana. Però ricordo che, l’anno in cui mi dovevo trasferire da Brescia a Roma, ascoltavo molto di più le canzoni di rapper e cantautori romani, forse per cercare di vivere l’aria della capitale prima ancora di viverci.
Sicuramente stare a contatto con una realtà così grande, come quella che puoi trovare a Roma, innesca più scintille nella testa di un ragazzo, quindi penso che sia i miei progetti che le mie ambizioni abbiano inevitabilmente avuto degli sviluppi legati alla musica della città in cui vivo. 

2. E il tuo periodo a Brescia ti ha lasciato qualcosa? Qualche legame, anche solo sentimentale, con la scena musicale lombarda? 

Brescia è molto diversa da Roma su molti aspetti, quello musicale non è escluso. Viverci per quindici anni mi ha indubbiamente formato anche a livello artistico.
A Brescia ho avuto modo di vivere realtà più piccole, quasi dimenticate, sia sul fronte quotidiano che su quello musicale. 

Ancora oggi so a memoria alcuni vecchi testi di Lord Bean, degli Otierre e di Bassi Maestro che, se non fossi cresciuto a Brescia, probabilmente non avrei mai conosciuto.
Una città di provincia è stato l’ambiente perfetto per farmi comprendere il concetto di cultura Hip Hop come qualcosa di intimo quanto solido, come il rapporto che si instaura con le persone, decisamente meno “sfuggente” di molti rapporti eccessivamente rapidi coi quali, nelle metropoli, facciamo i conti ogni giorno. 

3. E in quale genere musicale affondano le tue radici? 

Tutto è partito facendo i graffiti nel mio quartiere, oltretutto mettendomi nei guai, perciò, inevitabilmente, l’Hip-Hop è stato il via a tutto quello che continuo a fare ancora adesso.
Continua ad affascinarmi molto la musica rap e il background culturale che ha ma, iniziando a percepirla come un qualcosa di eccessivamente “schematico”, ho iniziato a provare a scrivere di me su altri sound, ed effettivamente sono riuscito a sentire meno “paletti” e “canoni” da rispettare, riuscendo a scrivere in maniera più libera e, di conseguenza, più sincera. 

4. Come nasce la tua collaborazione con Moci? 

Ho conosciuto Moci nel 2016 ad una serata di musica dal vivo organizzata dalla sua scuola. Per caso ero invitato a cantare anche io dato che conoscevo altra gente del liceo che frequentava Marco. 

Circa mezz’ora dopo la mia esibizione arriva un ragazzo con 39 di febbre, un colorito che oscillava tra una tonalità di grigio spento e giallo sbiadito: era Moci. Appena ha iniziato l’esibizione ho pensato che fosse veramente forte ma, per colpa del contesto caotico, non ho avuto modo di lasciargli un mio contatto. Quattro anni dopo, iniziando a voler sperimentare su sonorità diverse, chiesi, nelle stories di Instagram, di linkarmi giovani artisti emergenti che facessero musica che non fosse rap. Appena mi hanno linkato il suo album “Morbido” me lo sono ascoltato senza pause, collegando solo alla fine di averlo già sentito. 

Scrivendogli ci siamo messi in contatto, ci siamo conosciuti meglio ed è uscita una produzioni veramente energica, nonché una bella amicizia con una brava persona. 

5. Cosa consiglieresti a chi soffre di attacchi di panico e non ha idea di come uscirne o come imparare a gestirli? Com’è stato per te? 

Questa è una domanda da un milione di euro.
Purtroppo non esiste una formula universale per risolvere problemi del genere.
Il mio consiglio è di evitare di auto-convincersi che si possa risolvere ogni cosa senza l’aiuto di nessuno, perché non è così.
Come spesso dico, nessuno si vergogna di andare dall’ortopedico se si rompe un braccio, lo stesso discorso vale per psichiatri, psicoterapeuti o altre figure professionali alle quali CI SI DEVE rivolgere in caso di difficoltà.
Ciò che si può fare in autonomia è solo non peggiorare la situazione con “distrazioni” deleterie. Se il cane fa i suoi bisogni nel tuo salotto non puoi semplicemente coprirli con un lenzuolo perché smetterai di vederli, ma la puzza la continuerai a sentire. Quel lenzuolo non serve a niente, e rema contro un bellissimo dialogo che potresti avere con te stesso per conoscerti e stare meglio. 

6. Prossimi passi? 

Ho molte cose in programma, il 30 settembre uscirà un nuovo singolo, più avanti altro ancora quindi ci sentiamo presto!