In un panorama musicale sempre più dominato dalla rapidità, dagli algoritmi e da una produzione incessante di contenuti, Naesh sceglie di rallentare. Con Vita Lenta, il suo nuovo singolo, l’artista mette in discussione l’estetica della “fast life” che per anni ha attraversato il suo immaginario, proponendo invece uno sguardo più consapevole e intimo sul quotidiano. A 38 anni, dopo un lungo percorso indipendente fatto di tentativi, pause e ripartenze, Naesh sembra aver trovato una nuova centralità: quella dell’insieme, della collaborazione e di una visione più strutturata del proprio lavoro. In questa intervista racconta cosa significa fare musica oggi senza filtri, tra nostalgia per un’epoca pre-Spotify e la fatica concreta di gestire ogni aspetto di un progetto artistico.
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Il tuo nuovo singolo Vita Lenta segna un altro capitolo del tuo percorso: a cosa fa riferimento il brano e da dove nasce questa esigenza narrativa?
La vita lenta va in contrapposizione con la “fast life” tanto cara al genere musicale che faccio da sempre. La vita veloce affascina, ne ho fatto parte, ma arrivato a 38 anni devo analizzare la cosa in maniera molto più matura e consapevole. Nell’album inevitabilmente ne parlo perché é una parte importante nel bene e nel male della mia vita, però senza mai esaltarla. Vita Lenta invece vuole essere un inno alla semplicità, al trovare il bello nel quotidiano, nelle piccole cose.
Sei attivo da anni in modo indipendente: quali sono stati gli insegnamenti più importanti che ti sei portato dietro in questo percorso?
Nei miei lavori precedenti era tutto affidato un po’ più al caso, non progettavamo quasi nulla. Questa volta ho proprio cercato di fare le cose al meglio, pianificare le uscite una volta che avevamo già l’album chiuso. Diverse persone hanno collaborato alla realizzazione del mio album ed è quello che cercavo. Per un periodo avevo smesso proprio perché mancava questa componente essenziale per fare musica: l’insieme. Sono fiero di aver riunito tutte queste persone: RameBiz alle produzioni, RMB Rich ha fatto mix, master e riarrangiato alcune tracce, Loweasel, Ollie Giò e RMB Matt nei cantati, i ragazzi di MALEdicola per le grafiche, DJ Smooth come “supervisore” del tutto.
Ti ricordi un periodo pre-Spotify: cosa è cambiato davvero da allora nel modo di vivere e distribuire la musica?
Mi ricordo che quando facevamo uscire dei video su YouTube non sapevamo mai come pubblicizzarli, perché all’inizio andava molto la sponsorizzazione su Facebook, poi su Instagram. Poi ci siamo ritrovati a constatare che i video su YouTube non andassero più nemmeno tra gli artisti più famosi. “Non riesco a reggere il ritmo di questi algoritmi” è una frase che dico in un pezzo del mio album in uscita a maggio e mi ci ritrovo sempre di più. Adesso addirittura mi dicono che per aumentare gli ascolti dei pezzi devi andare virale su TikTok…
Oggi la distribuzione digitale è alla portata di tutti: quali sono, secondo te, i veri vantaggi e quali invece le illusioni?
Come in tutte le cose a portata di tutti, ci si perde in un mare di uscite. Da ascoltatore non riesco a stare dietro a tutto quello che esce, infatti alcuni album li ascolto anche un anno dopo l’uscita. Viaggia tutto ad una velocità a cui non sono abituato, anche per questo ho scritto quello che vuole essere un inno alla vita lenta.
Fare l’artista indipendente significa anche occuparsi di molto altro: quali sono i compiti extramusicali che ti hanno pesato di più e quali invece ti hanno fatto crescere?
Mi pesa tutto quello che va al di là dei miei compiti artistici. Mi ritrovo per la prima volta a 38 anni ad avere a che fare con tutto quello che bisogna fare per l’uscita “seria” di un album e non avendo un manager o uno staff che se ne occupa è abbastanza dura stare dietro a tutto. È la cosa più difficile dell’essere indipendenti.
Se dovessi descrivere il sistema musicale di oggi in una parola, quale sarebbe?
Veloce.
