In the Wash è un debutto che riesce subito a mettere a fuoco un elemento fondamentale: Cloaca non è un artista neutro. Ha un’identità, un immaginario e soprattutto un modo personale di stare sul beat. Il disco si muove tra boom bap, trap e influenze più melodiche, cercando di tenere insieme anime diverse senza perdere coerenza narrativa. Non tutto è perfettamente a fuoco, ma il filo conduttore – legato al vissuto, alla memoria e alla rivincita personale – è chiaro e credibile.
Il punto di forza più evidente è la voce: riconoscibile, sporca il giusto, capace di dare carattere anche alle linee più semplici. È una di quelle voci che, appena entra, si distingue. E insieme alla voce c’è il carisma, che emerge in modo naturale, senza costruzioni forzate. Cloaca funziona proprio quando lascia spazio a questa autenticità, sia nei momenti più conscious che in quelli più leggeri.
Dal punto di vista del progetto, però, si percepisce anche che siamo davanti a un primo capitolo. In the Wash è un lavoro buono, sincero, con una direzione, ma che potrebbe essere ancora più compatto e incisivo in alcune scelte, sia a livello di struttura che di selezione sonora. Ed è qui che si intravede il potenziale: i margini di miglioramento sono ampi, e questo non è un limite ma un segnale.
Perché quando hai una voce riconoscibile e una personalità definita, il resto è solo questione di tempo.
